Ben ritrovati amici sul mio fantastico blog, anch’esso, come il mio canale YouTube, testimone delle mie mille partenze false! Inauguro questa rubrica nel capodanno dei mesi lavorativi, facendo il verso a Spotify, che continua a subissarmi di letterine altisonanti:”The September Issue: i droni di tua nonna”, nonostante abbia ritirato tutta la mia musica da lì ormai un anno fa, ma ha deciso che il mio profilo non può essere rimosso. Quale spunto migliore, allora, per parlare proprio del furto di identità a carico del signor Spotify e di tutte le AI generative?
Da quando l'AI è entrata prepotentemente nel mio campo, trovare uno spunto per un contenuto nuovo è diventato stranamente difficile, non tanto per un blocco creativo in senso stretto, quanto per qualcosa di più vicino alla sensazione di poter essere derubata in qualsiasi momento, senza nemmeno accorgermene. Ho scoperto per caso, tramite AI Watchdog, che un mio video era stato usato per addestrare un modello. Un tutorial sulla Roland MC-101, macchina che uso ancora con grande frequenza.
Non so ancora bene come mi ha fatto sentire: spiata? Lusingata? Derubata? La cosa buona, per quanto mi riguarda, è che quel video non mi rappresenta più: ecco perché non faccio altro che interrogarmi sulla questione emotiva della cosa. Questione che ormai sembra essere l’unica che ci appartenga veramente, e forse neanche quella, considerato quanto in realtà siano le emozioni a governare noi, e non viceversa. Alla fine, se metto a paragone quel video di sei anni fa con quelli che faccio oggi con la stessa unità, tutto è cambiato: solo musica, zero post produzione. Con il tempo ho optato per video che mi richiedessero quanti meno sforzi possibili per cose che non riguardino la musica in senso stretto. Questo, ad esempio, è l’ultimo video: risale a meno di un mese fa, non è neanche tagliato. C’è dell’umanità in questo? Magari sì, anche se a Instagram non piace.
Insomma, se grandi filosofi, dalla notte dei tempi, non hanno fatto altro che interrogarsi su cosa sia l’essere che è e il non essere che non è, se i grandi pensatori hanno sacrificato la vita per definire cosa sia l’umanità, gli ultimi ritrovati della tecnologia hanno deciso che tutto questo non è servito a un bel niente. O forse sì? Per quanto mi sia costato multipli burnout (e non sono finiti), resto sempre un’ottimista e continuo a credere che una definizione di umanità possa ancora esserci. E se la soluzione a tutti i nostri problemi sia fare genuinamente schifo? Su questo, ci ritorno fra un attimo. Nel frattempo, un piccolo aggiornamento, ovvero:”prof il cane mi ha mangiato il quaderno” adult super Pro Max edition.
Qualche mese fa ho fatto un incidente in bicicletta. Non voglio dilungarmi sui dettagli, ne parlerò forse in un altro pezzo, quando avrò più distanza. Dirò soltanto che, se per certi versi è stato veramente una gigante fregatura, per altri mi ha portata a ridefinire una serie di obiettivi. Cosa voglio ancora fare, e cosa sto facendo solo per inerzia? Cosa aspettavo che finisse, ma che andava inevitabilmente tagliato? C'è una sensazione precisa che accompagna questo periodo, ed è quella di sentire alcuni capitoli della mia carriera avviarsi verso la fine (certe collaborazioni, certi format, certe modalità di lavoro che per anni mi hanno definita) senza che i capitoli successivi si presentino con altrettanta chiarezza. Non è un blocco creativo nel senso classico, al contrario. È più uno stare nella soglia, con la porta di dietro che si chiude piano e quella davanti ancora buia. Non ho una morale da offrire su questo. Il problemone del mese, in effetti, è molto utile a brancolare nel buio, ma con stile, con l’illusione di aver comunque prodotto un bel pezzo di articolo. Che finirà in pasto all’intelligenza artificiale.
Ma sai cosa non finirà mai in pasto all’intelligenza artificiale? I miei fantastici scatti orrendi!

Uno dei problemi di lavorare in un settore artistico è che la tendenza naturale dell’artista, del performer, è quella di essere perfetto, di produrre un qualcosa che poi deve finire sul mercato, che però sia estremamente bello, perfetto, posato, confezionato. Rivedendo questi scatti, da un fantastico Kodak Porta 800 in una Diana F con dorso per i rullini da 35 mm, mi sono resa conto di quanta libertà ci sia nel produrre senza aspettarsi il minimo risultato. Nessuna didascalia ottimizzata, nessun pensiero al pubblico, nessuna urgenza di trasformarle in contenuto. Le ho scattate perché mi andava, punto. Forse è proprio questo il controveleno al problema di cui sopra: non tutto ciò che nasce da un hobby deve per forza essere venduto, mercificato, o registrato sul curriculum come competenza trasversale.

Non ogni rullino deve diventare un post, non ogni pomeriggio al forno con la pasta madre deve diventare una storia da raccontare. In un momento in cui sento la pressione di dover produrre spunti anche quando non ne ho, e in cui perfino ciò che produco senza volerlo può finire risucchiato da qualche parte, tenermi almeno un angolo non capitalizzabile mi sembra un atto di ribellione. Amici, scendiamo in piazza e facciamo schifo!
Nel frattempo di cose fiche ne ho fatte, ma non ho avuto la forza di parlarvene. Per SpazioRock scritto un articolo veramente profondo ed emotivamente difficile sulla condizione delle donne nella musica che è uscito l’8 marzo, e ho continuato a recensire album, tra cui l’ultimo degli Interpol, band che seguivo tantissimo intorno ai miei 18 anni, e ora che ne ho fatti 18 in più, mi sembrava giusto ripetere il ciclo tossico di esistenziale depressione adolescenziale. Ma questo è un problemone per un altro mese.
Se sei arrivat* fino a qui, ti voglio bene! Il Problemone del Mese torna a ottobre. Se anche tu hai un problemone, sarei felice di conoscerlo. A presto!



